di Giorgio Flaccavento

“Madame Bovary sono io“.L’affermazione di Flaubert può estendersi ad altri campi artistici? 

Certamente quando essa si estende dall’arte narrativa a quella figurativa rischia di considerare i soli caratteri illustrativi, e cercheremo perciò di mantenerci avvertivi del rischio nella nostra analisi dell’opera di Salvatore Cascone che ci sembra una autentica sintesi autobiografica della vita del mondo poetico dell’artista ragusano.

Si tratta del quadro intitolato “Emigranti”, dipinto dal Cascone nel 1980 quando egli aveva già 76 anni e la sua personale esperienza di migrante si era conclusa da almeno 40 anni. 


Emigranti

Tema dominante per ogni meridionale di rispetto, agli inizi del nuovo secolo, l’emigrazione toccò in modo tutt’altro che marginale la cultura artistica: l’ansia di aggiornamento, la consapevolezza che le novità artistiche non passavano più per Napoli, ex capitale del Regno, ma anche la stessa necessità economica, come nel caso del nostro Cascone costrinsero molti talenti artistici a muoversi dal sud su assi in gran parte nuovi. Fra di essi quello per Milano occupa per gli artisti della Sicilia e della provincia di Ragusa un’attrattiva molto forte. 

E oltre che per il Cascone che vi frequentò giovanissimo la Scuola Superiore di Arte Cristiana Beato Angelico e per lo scultore Carmelo Cappello e per il più giovane Salvatore Fiume, per non parlare a livello regionale della ben nota vicenda artistica di Guttuso, Milano rappresentò quella capitale dell’arte che fino all’Ottocento era stata per gli artisti siciliani Napoli, e in diversa misura Roma.


Nel quadro il mondo umano degli emigranti del sud e quello della città industriale del nord sono divisi da una netta linea di demarcazione, un muro sotto il quale sostano in alienata solitudine due famiglie di emigranti, iconograficamente due vere e proprie sacre e famiglie, con una vera e propria Madonna col bambino accomunate dallo stesso destino e dallo stesso ritmo di successione dei volumi e dei gesti.

L’emigrante che pensieroso appoggia il viso sulla mano potrebbe essere lo stesso Cascone artista, l’altro con il berretto e la giacca sulla spalla e l’emigrante Cascone del bisogno, sempre inserito nella sua famiglia, la moglie e il bambino in un tessuto di valori morali e religiosi ridotti all’essenziale da uno stile estremamente sintetico e lineare. 

Il muro separa questo mondo dalla metropoli a sua volta suddivisa nettamente in due, in primo piano la zona industriale densa di fumo e ciminiere e infine la città vera e propria, incupita dallo smog.


In quest’opera c’è dunque in sintesi la vicenda dell’emigrante Cascone che occupò un ventennio della sua vita dal 1920 al 1940 circa. E certamente lo sviluppo della sua arte avrebbe potuto avere esiti diversi, se i forti affetti familiari non lo avessero richiamato alla sua Ragusa di cui i quadri di paesaggio esprimono una visione metafisica estremamente ritmica e geometrica, cui il paesaggio dell’altipiano con la sua ragnatela di muri a secco si presta straordinariamente. 

E un mondo quindi di affetti e di valori che sembra essere uscito definitivamente dal tempo. E così è con approfondimenti diversi delle madonne, così è delle opere e i giorni della campagna con le varie raccolte delle arance, delle olive, della vendemmia, delle bestie al pascolo, all’abbeveratoio, col rientro dai campi; così è dei momenti della vita dell’adolescenza alla serenità, dal tempo dell’amore a quello delle gare agonistiche.

E in tutte queste opere Cascone sa evitare l’eccesso dei particolari,l’ illustrazione fine a se stessa a favore di uno stile sempre attento al ritmo, all’equilibrio dei volumi, alla costruzione sapiente delle composizioni. 


Questa costruzione sapiente del quadro degli emigranti nella parte che rappresenta la metropoli industriale ricorda le periferie industriali di Mario Sironi; citando il quale bene sottolineare che, come per Sironi, anche per Cascone questo modo estremamente sintetico e costruttivo di intendere la composizione deve molto la comune passione per le grandi opere di pittura murale e in particolare per l’affresco.

Più di un nesso che lega Cascone alla iniziativa di Sironi di aprire nell’ambito della Quinta Triennale Milanese nel 1933 un’antologia muralistica, in cui lo stesso Sironi dirige la realizzazione delle grandi opere murarie affidate ai maggiori nomi della pittura italiana (De Chirico, Carrà, Fiume, Campigli, Cagli, De Amicis ed altri, in tutto la trentina di affreschisti); chiusa parentesi e in cui egli stesso realizzò un grande affresco, il cui soggetto, ispirato ad Esiodo, “Le opere e i giorni” è molto significativo per le arcaiche rapsodie del pittore ragusano.

Il primo nesso con la mostra del 1933 è costituito da un problema squisitamente tecnico: quello dell’affresco secondo la retta procedura esecutiva della tradizione italiana dal Cennini ai decoratori barocchi, e qui il nostro portava l’esperienza degli affreschi barocchi la cui tecnica in Sicilia era sopravvissuta intatta fino al Novecento presso la tradizione dei decoratori. 

L’altro e non indifferente nesso e quello costituito dal problema del rapporto organico con il progetto architettonico, interpretato nei suoi dinamismi strutturali e non come pura articolazione astratta da completare in modo esornativo, accentuando così la sinteticità della composizione in senso costruttivo.

E in questo senso basta confrontare le significative composizionI della Cattedrale di Ragusa e della Parrocchia di Marina di Ragusa realizzate negli anni Quaranta, con gli affreschi più ornamentali e illustrativi realizzati a Cernusco sul Naviglio.


E questa estrema sintesi, direi metafisica, caratterizza gli ultimi quadri realizzati da Cascone alla fine degli anni Ottanta, finché la vista lo resse (il nostro è morto il 19 maggio 1996): una serie di stupende nature morte, in cui prevalgono i fichi d’India, quasi una metafora autobiografica del carattere del pittore, come se sotto la scorza spinosa si nascondesse la purezza e la dolcezza di una forma intatta perché irraggiungibile.