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Questo sito documenta il lascito artistico di mio nonno, Salvatore Cascone (1904-1996). Che ciò si realizzi grazie a un sito web gli risulterebbe verosimilmente incomprensibile. Quando egli morì, il computer aveva appena fatto ingresso nella nostra casa, nella sua completa indifferenza.
Benché la sua vita sia quasi del tutto coincisa con il Novecento, il Nonno era infatti, un uomo d’altri tempi e a disagio nella modernità. Non escludo che si sarebbe trovato meglio nel Quattrocento, il secolo di quel Beato Angelico nel cui segno grafico egli aveva svolto la sua formazione artistica e trovato ispirazione.
Diffidava della tecnologia e in generale di tutte le espressioni meccaniche della Tecnica. Non a caso, i suoi quadri non raffiguravano mai attrezzi mettendo al centro solo il Divino, l’Uomo e la Natura.
Credo che il suo rapporto con la tecnologia si esaurisse nella televisione. L’accendeva esclusivamente quando davano la Messa o un’opera lirica, che era una sua grande passione.
Il Nonno non guidava, prendeva di rado il tram, il treno, l’autobus e andava preferibilmente a piedi. Non mi risulta che sia mai salito su un aereo né che abbia attraversato un confine. Non conosceva le lingue, storpiava i pochissimi vocaboli stranieri che conosceva e non manifestava curiosità per l’estero.
La sua vita, trascorsa interamente sul suolo italiano, è l’opposto della mia. Per lavoro vivo prevalentemente all’estero,spesso in paesi geograficamente e culturalmente molto distanti dall’Italia. A differenza del Nonno ho familiarità con lingue, parole ed espressioni straniere.
Il Nonno non capiva cosa muovesse gli italiani a recarsi all’estero. Originario di una provincia della Sicilia che aveva alimentato l’emigrazione italiana con il fiore della sua gioventù, nella sua esperienza,l’andare all’estero era una scelta obbligata dalla necessità e non dal desiderio di svago.
Del resto, perché muoversi dall’Italia? Per il Nonno l’Italia ospitava quanto di maggiormente significativo la civiltà occidentale avesse saputo esprimere sul piano morale e artistico. Erano semmai gli altri a doversi scomodare.
Della cultura occidentale il Nonno coltivava peraltro quasi esclusivamente il filone monoteista, quello giudaico-cristiano. L’altro grande affluente ideologico dell’Occidente, il greco-romano, politeista, era per lui secondario. Nel Grande Disegno, Roma e il suo Impero erano escatologicamente funzionali alla diffusione del Cristianesimo.
Il Nonno riteneva peraltro che l’Occidente avesse tradito la sua missione che egli faceva coincidere con quella evangelica. Deprecava soprattutto la dimensione meccanicistica della vita moderna che riteneva fonte di alienazione. Illuminismo, Razionalismo,Romanticismo,Idealismo gli sembravano delle aberrazioni, propedeutiche all’aberrazione suprema: il Comunismo.
Marx ed Engels erano spesso oggetto di invettiva. Il Nonno non sorrideva nemmeno dei film di Don Camillo e Peppone, nel comunismo non trovava niente di comico.
Pure del Fascismo non parlava bene. Rivendicava di non aver mai preso la tessera del Partito. Deprecava l’opportunismo di molti che vi avevano aderito. E in effetti la sua città Ragusa aveva avuto tra i suoi figli alcuni dei primi e più ferventi sostenitori del Fascio, ottenendone in premio l’istituzione della Provincia.
Della guerra 1940-1945 non parlava, limitandosi a ricordare come fosse stato un tempo di miseria morale e materiale. Il Nonno non era un nazionalista. Da uomo vicino alla Chiesa non credeva alle Nazioni ma all’Umanità, ricettiva del messaggio cristiano al di là degli steccati nazionali.
Il Risorgimento lo lasciava freddo attribuendolo a macchinazioni massoniche. Condannava la spoliazione delle proprietà ecclesiastiche, un torto immeritato per la Chiesa che si faceva invece carico di provvedere ai deboli e di promuovere l’Arte. L’unico merito che riconosceva a Mussolini era quello di avere sanato con il Concordato la ferita aperta dal 1870 dalla breccia di Porta Pia.
Uno dei suoi ricordi più vividi è la ricostruzione che faceva dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale. Ne incolpava nell’ordine D’Annunzio, Sonnino, Salandra, la Monarchia e la FIAT che se ne era arricchita. Il tributo di sangue pagato nel 1915-1918 per acquistare all’Italia i lembi estremo-orientali della penisola (quelli che nel tempo per caso mi sono diventati familiari) gli sembrava una insensatezza e oltraggio a Dio.
Il suo orizzonte costante era l’Arte, in particolare quella Sacra. Il Nonno riteneva essa fosse la più alta espressione del genio umano. Nel suo diario scrive che “il Tempio esprime la testimonianza dell’istinto religioso dei popoli….l’esigenza primaria presso tutti i popoli è sempre stata quella di innalzare un Tempio al Divino”. E in questo Tempio il Nonno trascorse gran parte della sua vita realizzando le opere che gli venivano commissionate. Le chiese furono il suo ufficio. La loro decorazione, ispirata ai temi della Bibbia, di cui fu un costante, meticoloso lettore, l’oggetto primario della sua attività.
Non lo ricordo mai in vacanza. La sua vita coincideva quasi totalmente con la dedizione all’Arte che lo assorbiva. Era un uomo laconico. Benché avesse insegnato disegno alla Scuola Beato Angelico di Milano, non si dedicava a insegnare ai nipoti. Ancora oggi mi dispiace molto non sapere disegnare e aver perso l’opportunità di apprendere da un vero artista.
Era però gentile e a suo modo affettuoso. Uno dei miei primi ricordi da bambino è quello della visione insieme del film “I Dieci Comandamenti”, il kolossal di Cecil De Mille che mi mise a dura prova. Dopo quattro-ore-quattro ne uscii stremato mentre il Nonno era raggiante.
Il suo grande rammarico fu quello di non ottenere in vita il riconoscimento che egli credeva di meritare. Condannava l’avvicendarsi delle mode: surrealismo, espressionismo,astrattismo,neorealismo; il grottesco, il deforme, l’anormale, l’innaturale, che reputava espressione di un impoverimento interiore.
Attribuiva il successo di alcuni artisti (anche conterranei) alla vicinanza a questo o quel partito politico. Le logiche commerciali del mercato dell’arte contemporanea gli erano estranee. Il carattere, fiero e ombroso, non lo aiutava nella necessaria attività di relazione che contribuisce al successo di un artista, allora come oggi.
Si spense nell’amarezza ma sorretto dalla convinzione che l’Arte non è moda ma eterna ed espressione del Bello. La sua richiesta, ricorrente fino alla fine, fu quella di far conoscere il Bello che egli aveva saputo realizzare.
Spero che questo sito aiuti a farlo.
– DG
Salve, sono nipote di Mons Valerio Vigorelli.
Spigolando in Internet, cercando a titolo: “Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa”, ove lo zio fu prima Consultore e poi Membro, in tutto per più di 10 anni, mi sono imbattuto nel nome dello zio sul Vs bel Sito. Vi ringrazio tanto che l’abbiate ricordato.
Saluti cordiali.
Vittorio Vigorelli, nipote di don Valerio
Soy argentina, maravillada con la obra de Salvatore…me ha encantado!!!felicitaciones!!!
Cascone era mi abuela. Marcela Juana, vino a la argentina con mi abuelo Vicente Brugaletta en 1909…