Salvatore Cascone ebbe modo di incontrare il grande artista romano a Ragusa nel 1935.

Cambellotti, che a quel tempo era un artista di primissimo piano, aveva da poco portato a compimento gli affreschi della Prefettura di Ragusa istituita nel 1926 dal governo fascista (le vicende della sua istituzione e il progetto figurativo di Cambellotti sono ricostruiti da Leonardo Sciascia in un volume-catalogo da lui stesso curato).

Il grande maestro rimase impressionato dal giovane artista ragusano cui dedicò le parole di apprezzamento e di incoraggiamento qui di seguito riportate.


Duilio Cambellotti – “I nostri artigiani: Salvatore Cascone”. 

La Vedetta Iblea, 28 aprile 1935 

Ragusa, siciliana,non dalmata è tra le città italiane una delle più estremamente meridionali 

Dicendo città dò alla parola il significato più ampio e più assoluto che le si possa attribuire, ché molti sarebbero proclivi a supporla poco più che una grossa borgata. 

Si tratta invece di un centro folto da abitatori in gran parte proprietaria agricoli e proprietari di animali; vasto d’area con ricchi edifici di pietra con strade larghissime incrociate ad angolo retto come un castrum romano con nel mezzo un’ampia cattedrale settecentesca piena di sole di colore di stucchi e dorature e che in questi ultimi mesi ha arricchito la sua cupola con quattro pregevoli “pennacchi” dipinti a buon fresco.

Rappresentano essi quattro evangelisti, quattro figure colossali che pur nella calma ieratica contengono vigoria ed impeto. Ne è autore un giovanissimo artista  ragusano pressoché sconosciuto a noi: Salvatore Cascone.

Quanto dico non avrebbe che lieve importanza se non contenesse due fatti;primo: pittore siciliano giovanissimo quasi esordiente che si occupa seriamente ed esclusivamente di arte sacra; poi degli ecclesiastici che non diffidano del giovane della sua nascente notorietà anzi infrangendo gli usi inveterati non esitano ad affidargli la maggiore decorazione della loro maggiore chiesa. 

Due fatti dico che vale la pena di rilevare ed ammirare un giorno nella passata estate durante la mia permanenza non breve che ebbi a Ragusa per ragioni professionali, il professor Sirugo, pittore insegnante di valore, mi presentò un signore molto giovine dall’aspetto serio e riservato. Mi disse, presentandolo: “ E’ Salvatore Cascone, pittore d’arte sacra”. 

La qualifica esprimente questa specializzazione di pittura non suonava gradita per noi artisti romani negli anni passati, chè l’arte sacra, circoscritta in mani poche e mediocri, rappresentava un gradino infimo nella specialità pittorica; “Santari” si diceva; e non suona gradita presentemente che la cerchia degli operatori del genere si allarga e l’arte sacra tende a “novecentizzarsi” ad ogni costo.

Nel caso però della presentazione a cui accennavo sopra, la impressione sfavorevole seppur ci fu da parte mia non procedette, ché il presentatore è persona di troppo intelletto e di provata modernità incapace di far qualifiche non appropriate e poi si dileguò man mano che Il Cascone parlava; ché l’aspetto del giovane il suo parlare rare misurato eran tali da interessare ad ogni modo. 

Mi aspettavo però da un artista siciliano un naturalismo esuberante una ridondanza di forma accompagnata da una prepotenza di colore, qualità queste non sempre d’accordo con l’arte sacra, in ogni caso non adatte al raccoglimento della preghiera.Ma la visita che feci che qualche giorno dopo l’incontro fece allo studio del Cascone mi trasse d’errore. Fu una cosa inaspettata! E di quella visita in cui l’artista mi mostrò la sua produzione sacra, due anni di lavoro, serbo un vivo ricordo.

Ho ancora dinanzi agli occhi la figura del San Crispino. Si tratta di una imagine commessa per la cattedrale di Ragusa e vedo l’incedere del Santo con le braccia magre levate in alto. Una figura semplice di costruzione e di atteggiamento. Ascetica senza caricatura: il quadro tutto pervaso di un’atmosfera lievemente scaldata da una chiarita dorata che si addice al Santo.

E vedo sfilare man mano che l’ artista le mostrava le molte tele raffiguranti varie Madonne in vari atteggiamenti e con vario spirito. Tutte figure soavi di vergini soffuse di un pallore lievemente argentato; smaterializzate senza mai giungere al fantastico. Ricordo quella impostata di fronte con la figura dell’infante sacro quasi riassorbita nel seno.

Ricordo la favola della crocifissione piena di ombre tragiche riassunta nelle sole tre figure sacramentali: il Crocifisso e le due donne del Calvario. E vedo ancora i cartoni dei 4 evangelisti che in seguito il Cascone dovette affrescare nella cupola del Duomo e dei quali dianzi facevo cenno.

Su questo tema l’artista ha affrontato la difficoltà dell’arte sacra in pieno perché trattandosi di pittura chiesastica parietale su superficie curva a grande altezza e difficoltà tecniche si moltiplicano e in un giovane quasi esordiente possono risultare a detrimento della concezione spirituale.

Dirò che il Cascone ha felicemente superato la prova affermando un lato del suo spirito non meno inaspettato dopo la visione delle Madonne di cui parlavo più sopra punto.  

La soavità aveva ceduto il posto ad una rudezza grandiosa e del pari la forma si riassumeva in una linearità primitiva. L’esecuzione cromatica a toni cupi e profondi completava l’evocazione delle quattro figure cardinali della Chiesa. 

Sono in uso tre forme d’arte sacra che vengono a contatto dei credenti. Una è vecchia e piena di bigottismo ed è una propaggine degenerata del più tabaccoso accademismo. E’ la più diffusa e la più accetta disgraziatamente. Un’altra si potrebbe dire antica perché è l’imitazione o meglio la contraffazione di arte religiosa di secoli trascorsi. E’più tollerabile In specie se fatta da gente colta ed abile tecnicamente, ma sempre condannabile perché non spontanea saccente. Ad ogni modo artificiosa e quindi non religiosa. Una ultima infine e fa sfoggio nelle mostre più o meno recenti comprese quelle d’arte sacra e vorrebbe essere la più moderna; è invece la raccolta a partito preso di tutte le imperfezioni sia formali sia spirituali di ogni manifestazione d’arte religiosa di ogni tempo ed ogni luogo. Dessa è un rifugio per gli inquieti per gli imperfetti e per gli artisti di mala fede. 

L’arte del Cascone fortunatamente non appartiene ad alcuna di queste tre forme. Il suo merito è quello di essere pura. Potrà avere delle durezze, potrà essere rude, potrà avere anche degli errori e guai se non avesse errori il Cascone a 25 anni! Dispererei del suo progredire! 

Ad ogni modo sono errori suoi, non sono errori presi ostentatamente a prestito da altri. L’importante si è che accanto agli errori ci sono i pregi tra gli altri quello di non guardare troppo indietro nel tempo e nell’arte degli altri. Quello di cercare con costanza e di raggiungere una forma giusta adattata al soggetto e di non lasciarsi rubare la mano da presunte deformazioni di carattere spirituale. E’ un’arte reale scevra di bigottismo,  senza ornamenti e squisitezze inutilmente allettanti.  

– Duilio CAMBELLOTTI da la Rivista Arte Sacra